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Mille Pezzi


PREFAZIONE

UNA LETTURA  PER  MILLE PEZZI di PASQUALE TUOZZO

“Quando un ricordo si tinge dei colori gentili di un attimo fuggente… allora tutto è sogno e realtà… e tutto si forgia, si anima ed alita con la fantasia”. Sono le parole con le quali Pasquale Tuozzo dedicava a Barbara la sua prima fatica di romanziere, Solstizi di Primavera, dettate, alla fine del romanzo, col tono incantato di una dedicatoria, quasi obbligate dalla circostanza. Ma non è così. È in quelle parole infatti  la categoria genetica che dà impulso alla vena inventiva del giovane autore: ricordo. Nel gran mare della memoria la fantasia attinge, non solo riproducendo i fatti del passato in un loro coinvolgente realismo, ma rappresentando gli eventi in una sorta di cometa che li slontana e li riveste con sentimenti di seducente nostalgia.

È tale procedimento che compatta al primo questo nuovo lavoro di Pasquale Tuozzo. Si tratta di sei racconti, Mille pezzi, scritti nell’arco di un quindicennio, che presentano nella loro apparente diversità un fil rouge rintracciabile nel binomio “memoria-ricordo”, secondo la lezione di Bergson. A cominciare dal primo racconto, Il viandante del tempo, che ci presenta il protagonista, Arturo, catapultato dal sonno-risveglio (come non rilevare proustiane ascendenze) in un altro tempo e in un altro pianeta. Il genere è sicuramente quello del racconto fantasy, con elementi straordinari che intervengono in un contesto reale. In effetti, Arturo si ritrova in un mondo “dove molte cose erano diverse rispetto alla Terra… non esistevano giorni, non esistevano notti; il sole era sempre fermo nello stesso punto del cielo, a metà tra la linea dell’orizzonte e lo zenit”, nel quale vive un’esperienza unica, irripetibile con Doppio Bip, la donna-aliena di lui innamorata. Proprio l’amore si impone come tema centrale in quel luogo “perturbante”, unitamente al “sentimento del tempo”, inteso sia come legame col passato, sia come dimensione fugace e provvisoria della vita. Una dimensione spirituale che aiuta Arturo a ri-conoscersi in un processo di astrazione surreale: “Era la fantasia che prendeva il sopravvento sulla realtà oppure era la realtà che continuava straordinariamente a trasformarsi?”. Insomma, un viaggio spirituale che porta il protagonista a dare soddisfacenti risposte alla sua coscienza, riecheggiando le parole di Tagore: “Il viandante deve bussare/a molte porte straniere/per arrivare alla sua,/e bisogna viaggiare/per tutti i mondi esteriori/per giungere infine al sacrario/più segreto all’interno del cuore”. L’Amore, dunque, ma anche altri elementi aiutano il protagonista nel suo particolare viaggio a ritrovare quello che la sua coscienza gli detta.

I racconti Tutti i colori dell’arcobaleno, Ferragosto balzano, Qualcosa per Edoardo possono ascriversi, invece, al genere del romanzo di analisi, perché l’autore, pur descrivendo luoghi e fatti apparentemente reali, scandaglia i suoi personaggi nelle inesplorate regioni del subconscio. Come accade proprio al protagonista del racconto Tutti i colori dell’arcobaleno, Gionata, ritratto nell’ultimo giorno dell’anno. La narrazione procede lentamente, come in tutti gli altri racconti, a  partire dalla descrizione della giornata grigia e nevosa, dalla quale Gionata cerca lentamente di fuggire isolandosi in aperta campagna. Qui si imbatte in una taverna, detta del “Sorriso”, che rappresenta, nemmeno tanto velatamente, il subconscio del protagonista alle prese hic et nunc con la sua coscienza, sbalzato in un’aura intrisa di smarrimento e indeterminatezza.

L’interesse di Tuozzo per il moto interno dei suoi personaggi è evidente anche nel testo  Ferragosto balzano, nel quale prevale la tecnica dell’azione rallentata da estese riflessioni del protagonista, che racconta in prima persona la sua particolare crisi esistenziale. Già l’incipit pone il lettore in medias res: “Quel giorno di ferragosto c’era qualcosa che mi rendeva pensieroso. Forse era soltanto una fastidiosa impressione, ma era come se un pensiero indefinibile ed insistente si fosse insinuato nella mia mente”. Il protagonista cerca disperatamente di aggrapparsi al filo della memoria, facendo affiorare, tramite oggetti e situazioni reali, quei “piccoli frammenti di esistenza che si conficcano nella memoria  e che ti porti dietro per sempre”. E proprio il passato permette all’anonimo narratore di attingere una realtà eraclitea, nella quale tutto è transitorio e mutevole al limite dell’effimero. Insomma, l’esistenza dell’io narrante diventa del tutto diversa dal mondo delle cose, degli oggetti ed egli per esser-ci (desein) ha bisogno di una vera e propria messa in opera della verità: “la vita continuava… il mondo continuava a girare… Ed io c’ero”.

Con i fatti del passato fa i conti anche Edoardo, il protagonista del racconto-lungo Qualcosa per Edoardo. Egli, chiuso nella sua stanza accanto alla moglie che dorme nel letto, comincia a ripercorrere, in un repentino recupero volontario del passato, l’età della giovinezza, dell’amicizia con Piero e l’amore per Elvira, giunta a sconvolgere non solo i sogni giovanili ma anche lo stesso rapporto con l’amico-rivale. “E fu così naturale che quella notte i suoi pensieri andassero all’indietro negli anni, correndo veloci e sollecitando per l’ennesima volta il ricordo di quell’esperienza”, così inizia quella rievocazione degli anni del liceo classico e di giornate trascorse alla ricerca di un senso da dare alle cose. Si fronteggiano due amici rivali, con Edoardo pronto ad affrontare l’amico di sempre, perché si sente scalzato da lui nel cuore della giovanissima Elvira. Così, tra delusioni e colpi di scena, vola via un intero anno scolastico con l’esame di maturità sostenuto da entrambi e con le scelte universitarie che portano i due a separarsi. L’amore per Elvira fa da sfondo alla narrazione, quasi uno specchio sul quale Edoardo proietta le sue paure e le sue manchevolezze, preferendo alla fine le certezze del presente.

Nel racconto Regalo di laurea, la vera protagonista è una donna, la signorina Michela, che appare all’improvviso sulla scena restituendo al protagonista, tramite un’accorata confessione,  una nuova idea di sé. Sempre sull’asse della confessione-ricordo si muove il racconto Mail & Kisses, quello che apparentemente sembra il meno collegato con gli altri, ma che ben si incardina in questo puzzle. Il linguaggio, rispetto agli altri testi, è più vicino al parlato, con frasi brevi e costrutti prevalentemente paratattici, tipici dei testi “minimalisti”, nei quali si privilegiano le cose semplici, gli avvenimenti della quotidianità, la dimensione soggettiva ed intima della narrazione. Si tratta di una mail indirizzata ad una tal Loredana, un amore giovanile ritrovato che nel corso della storia permette all’io-narrante di ricostruire il suo passato e ricollegarlo, tramite il filo dei ricordi e della memoria, al presente. Lo scopo è quello di materializzare sogni tenuti nascosti nella  mente, per sciogliere il nodo della vita che “si trasforma e si evolve senza soluzione di continuità”.

                                                                                                        GIOVANNI SAVARESE


Solstizi di Primavera

PREFAZIONE

Se è vero – come è vero – che le presentazioni si scrivono non soltanto per abbozzare le qualità di un libro che viene alla luce, ma soprattutto per indurre i lettori a leggere quel libro offrendogliene una ragione, non ho alcuna esitazione ad affermare che questo libro va letto perché è un bel libro tout-court, rispecchiamento di un segmento della vita di ciascuno di noi, nel quale la vita effettiva dei sentimenti nella loro rappresentazione offre illuminanti spunti di riflessione, al di là del puro godimento estetico, che pure realizza.

I lettori, quelli comuni che vanno al sodo, vogliono nell’immediato conoscere la trama o – se volete – il tema generale. È presto detto e fa un po’ meraviglia in una fase della produzione letteraria dominata dal gusto del mitico o dell’invenzione astratta o dell’orrido o dell’osceno fine a se stesso. Qui vi è una scelta tematica in direzione netta della realtà, avvertita come concretezza di vita quotidiana. Nel libro scorre l’esperienza di vita di un triennio di scuola media; la vita di una comunità di ragazzi in una fase cruciale della loro maturazione. L’ambiente è quello di un piccolo paese della provincia meridionale interna, complessivamente di medio tono, con solidi valori e qualche pregiudizio, con pochissime personalità tipologicamente definite ma – quelle poche – sbozzate con i segni e i tratti definitivamente marcati per fissarsi nel ricordo per tutta la vita. Il tempo è quello che va dal 1979 al 1982: gli anni segnati al centro dall’immane tragedia del terremoto, che costituisce il solo elemento di “storia generale” che entra nel lungo racconto (o romanzo?) di Tuozzo. E questo lungi dall’essere una scelta col rischio di creare l’orto concluso, asfittico e privo di apertura al mondo, costituisce il pregio che permette all’autore il massimo della concentrazione possibile sulla vita dei sentimenti e sui processi di formazione della persona in una fase della vita nella quale vengono determinandosi connotati, fisici e psicologici, poi definitivi, della personalità.

L’attenzione tematica concentrata sugli aspetti della vita comunitaria di un gruppo di adolescenti non appiattisce tuttavia il racconto nell’indistinto della collettivizzazione affettiva. In quella comunità ciascuno ci sta con una propria singolare caratterizzazione, con lo specifico del proprio modo di vivere l’esperienza adolescenziale e perciò ciascuno con la coscienza – quale può essere a quella età – vaga incerta oscillante tra gli opposti della rivolta e della condiscendenza e alla ricerca comunque dell’equilibrio – della propria individualità. E capita così – come per caso – che tra le tante storie di personalità in erba emerge e si ritaglia uno spazio man mano sempre più ampio, fino a divenire totalizzante nel capitolo nono, che è l’ultimo e anche il più lungo, quella di Pasquale e Barbara. Si tratta della rappresentazione di un amore nato e fatto di sguardi e di sorrisi, di candore e intensità così coinvolgenti che, quando le loro mani si sfiorano in una carezza casuale, il ragazzo è indotto a sentire che “se la sua storia con Barbara si fosse fermata a quella carezza, lui sarebbe stato lo stesso contento”. E con grande sapienza espressiva e partecipazione sono rappresentati i gradienti e le fasi che segnano sempre storie di tal genere: gelosia che nasce e si scioglie come neve al sole; piccole ripicche superate da giovanili esplosioni di gioia; fughe fantastiche ad immaginare mondi incantati. Insomma il complicato e non sempre distinto armamentario che accompagna in un romanzo qualsiasi processo di innamoramento e che nella varia produzione letteraria sul tema corre sempre il rischio della estenuazione o dell’abuso, quando non soccorra solida capacità di rappresentazione, sapiente equilibrio espressivo, insomma misura e stile. Come di fatto riesce  all’autore di questo libro. Pare di avvertire che egli scriva per affrancarsi (affrancando i suoi personaggi) dal tessuto materiale della esistenza vissuta come contrasto o come esteriore gestualità delle iniziative dell’uomo e che perciò scrivere è anche attività assolutamente autonoma, quasi come fine in sé. Epperò questa autonomia dello scrivere non diventa in questo libro autonomia in rapporto alla cultura e all’esistenza reale. Pare realizzarsi – in una lingua che ha il privilegio d’essere comune senza cadute, aerea e solidamente costruita – la straordinaria virtù della scrittura, quando realizza la biunivoca disponibilità a trasformare i sentimenti in cose e le cose o le esperienze volatili della vita individuale in sentimenti e valori universali.

Voglio in altri termini sottolineare che l’autore mi sembra sorretto da una profonda tensione etica, nel suo insistente indagare e rappresentare la vita di questi adolescenti, umanità in erba, ricca di fermenti e di attività che sprigionano eventi diversamente segnati (amore e odio, egoismo e solidarietà, scherzo e serietà, rispetto e dissacrazione) e sempre tesi ad un equilibrio consapevole e mai autoritativamente imposto. In questo senso l’impegno etico dell’autore costituisce robusto e implicito appello a tutti gli agenti e agenzie educative all’esercizio della libertà creativa in tutti i rapporti formativi, nei quali è in gioco la costituzione della personalità.

Qualche finale osservazione di ordine tecnico o – se volete – di tradizione letteraria. Quando si legge un autore non ancora famoso, è frequente la curiosità: a chi si è rifatto? Chi lo ha ispirato? Ai lettori della mia generazione non potrebbe non saltare in mente il più famoso dei racconti di un anno scolastico, apparso oltre un secolo fa. Penso al deamicisiano Cuore uscito nel 1886 e non escludo che il retropensiero abbia potuto fungere da cassa di risonanza nel nostro autore. Ma il racconto e i personaggi del grande scrittore ottocentesco nascono con una assorbente, quasi esclusiva, finalità pedagogica e formativa. Quei personaggi sono definiti con nettezza di linee e la loro psicologia è senza complicazioni, perché ciascuno è rappresentazione di un exemplum. Nel libro di Tuozzo invece personaggi, paesaggi, storie individuali e collettive non sono la rappresentazione ipostatica di una esemplarità: sono la vita complicata dell’uomo letta in un’età affascinante nella quale la fanno da padroni gli ormoni nella loro imprevedibile e permanente turbolenza. Tra il capolavoro ottocentesco (si licet…) e il libro di Tuozzo vi è tutta la distanza storica, morale, spirituale che separa l’Ottocento dal Novecento. Figuriamoci dal Duemila. È questa la ragione per cui non mi imbarco in classificazioni di “genere”, come i letterati sono soliti fare. Anche perché le ultime due parole con cui si chiude il romanzo potrebbero indurre al versante che conduce ad un genere difficile ma sempre fortunato di lettori, come l’autobiografia.

Prof. Carlo Chirico
Docente di Letteratura Italiana
Università degli Studi di Salerno

 

La Principessa ed il suo Compagno

(racconto pubblicato nella Letteratura dei Sentimenti - Antologia di Autori Contemporanei a cura della poetessa  Tina Piccolo)




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